Tesi di laurea

Il mio elaborato intitolato “Lingue e personalità – L’influenza della lingua sull’individuo e sulla sua percezione della realtà”, segna la fine del mio percorso universitario, un periodo di tre anni in cui ho conosciuto tante persone, fatto esperienze, scoperto nuovi interessi e nuove passioni, come quella per la lingua russa.

Quando ho iniziato questo percorso, l’università rappresentava per me l’opportunità di iniziare una nuova fase della mia vita, e come in un romanzo rosa, attraversavo via Flaminia con il naso in su, piena di sogni e di speranze.

Non avrei mai potuto prevedere quello che sarebbe successo di lì a poco tempo dopo, né avrei mai potuto immaginare quanto sarebbe diventato difficile anche solo poter entrare nelle aule dell’università.

Se lo avessi saputo, non mi sarei persa neanche un momento.

Non dimenticherò mai le emozioni del primo anno, quando finalmente varcavo le soglie dell’istituto, in un ambiente completamente nuovo, circondata da persone ed idee nuove.

Nell’aula 6, luogo in cui ho sentito pronunciare per la prima volta delle parole in russo, lascio il mio cuore: non pensavo che avrei mai potuto appassionarmi così tanto ad una lingua, tantomeno ad una così complessa.

Dopo tutto questo tempo ripenso alle aule universitarie, e a tutte le emozioni che sono passate da lì: la paura e l’ansia caratteristiche delle sessioni, la gioia e le risate provate quando si passava un esame o quando scherzavamo tra di noi.

Devo ammettere che l’università mi ha dato modo di crescere, non solo culturalmente ma anche come persona: mi ha permesso di prendere le mie scelte, di gestire al meglio i miei tempi e di diventare una persona più indipendente.

Considerando il percorso svolto in questi tre anni, non è stato affatto semplice scegliere l’argomento giusto per questa tesi.

Quando l’idea è arrivata stavo leggendo un articolo sul plurilinguismo e sulla capacità degli individui poliglotti di adattarsi talmente tanto alla lingua parlata da cambiare la propria personalità.

Essendo in prima persona coinvolta dall’argomento, in quanto poliglotta, sono rimasta colpita da quell’articolo a tal punto da chiedermi se fosse veramente possibile che le lingue avessero un impatto sulla nostra personalità ed identità.

La questione mi ha talmente affascinata da decidere di fare delle ricerche e di scrivere una tesi a riguardo, per trovare una risposta definitiva a queste domande.

L’argomento che ho scelto è di per sé molto complesso, in quanto è direttamente collegato non solo alla linguistica e alla psicologia, ma anche all’antropologia, alla neurologia, alla sociologia, alla socio-linguistica e alla glottodidattica.

In questo percorso ho cercato di guidare il lettore attraverso le varie sfaccettature dell’argomento, partendo innanzitutto dai concetti stessi di lingua ed identità, per poi affrontare il modo in cui le lingue influenzano il nostro modo di percepire la realtà, ed arrivare così alla tematica centrale di questa ricerca, vale a dire il bilinguismo ed il rapporto esistente tra la lingua e la personalità nell’individuo.

Oltre all’elaborato ho realizzato dei video, di cui uno in italiano ed uno in inglese, in cui ho riassunto brevemente il contenuto della mia tesi.
Spero che l’argomento scelto sia di vostro gradimento, buona lettura!

Video in italiano
Video in inglese
Video di presentazione

Presentazione

Da sempre appassionata di lingue, ho deciso dopo il percorso quinquennale in ambito linguistico presso l’istituto superiore Liceo Scientifico Statale Ignazio Vian di intraprendere gli studi di Mediazione Linguistica alla SSML Gregorio VII di Roma.
In concomitanza con gli studi ho avuto varie esperienze lavorative in ambito linguistico, nelle figure professionali di interprete, traduttrice, hostess per eventi anche all’estero, Tour Manager e tutor linguistica.

Attualmente parlo e conosco fluentemente 6 lingue: l’italiano (lingua madre), l’inglese (livello C2), il francese (livello B2), il tedesco (livello C1), il russo (livello B1/B2) e lo spagnolo (livello B1).
Oltre alle lingue apprese durante i miei studi, le mie esperienze professionali e i miei viaggi all’estero, ho frequentato un corso di Lingua dei Segni Italiana, in cui ho conseguito i primi tre livelli.

Inoltre, grazie ai miei percorsi di studio ho potuto apprendere le suddette lingue in un modo molto approfondito, in quanto ho potuto studiare non solo la loro grammatica e cultura, ma anche le varie sfaccettature ed i vari linguaggi settoriali (come ad esempio il linguaggio medico, burocratico, scientifico, turistico etc.)

Allego il mio Curriculum Vitae e il mio profilo Linkedin per ulteriori informazioni.

Url per il profilo Linkedin: https://www.linkedin.com/in/camilla-imperia-180b7916a/

Bridgerton: dalla carta al fenomeno mondiale

Avrete sicuramente sentito parlare della serie tv Bridgerton, andata in onda su Netflix il 25 dicembre 2020 e divenuta in pochissimo tempo un fenomeno mondiale, superando di gran lunga le visualizzazioni delle altre serie televisive della piattaforma streaming.
Prodotta da Shonda Rhimes – produttrice di serie tv acclamate come Grey’s Anatomy, Scandal e Private Practice – la serie ha subito attirato l’attenzione degli spettatori, intrigati da un prodotto nuovo, costellato di intrighi ed intrecci amorosi in un contesto decisamente diverso dal solito.
Ciò che ha colpito oltre alla trama e alla bravura degli attori, sono stati senz’altro la scenografia, gli accurati nonché sfarzosi costumi e l’ambientazione in una Londra Regency.
Sono abbastanza sicura che Julia Quinn, quando scrisse il suo romanzo “Io e il Duca” nel 2000, non si aspettasse di riscuotere un tale successo ben 20 anni dopo.
Eppure la fama della serie, degli attori – e di conseguenza dei suoi romanzi – si è allargata a macchia d’olio, coinvolgendo ed affascinando le persone di tutto il mondo.
Bridgerton non è stata solo una serie per romanticoni, né tantomeno un semplice romanzo rosa scritto per far innamorare tutte le donne del duca – anche se, dopotutto è ciò che è inevitabilmente successo con Regé Jean Page ed il suo ruolo enigmatico.

Regé Jean Page

Ciò che ha funzionato in Bridgerton è stata proprio la coesistenza di più elementi, abilmente gestiti in un’atmosfera che ha un che di magico, pieno di attese, misteri e colori sgargianti. La stessa coesistenza di elementi che ha tenuto gli spettatori incollati agli schermi, in trepida attesa del secondo capitolo di quella che si prospetta essere una saga di più capitoli, che continuerà ad essere un fenomeno mondiale.

The Bridges of Madison County

The Bridges of Madison County is a novel by Robert James Waller, released in 1992. From the book, which became a best seller, was made a film directed by Clint Eastwood in 1995.
The author, who was born in Charles City on August 1, 1939 and died in Fredericksburg on March 10, 2017, was not only an American writer but also a university professor and rector; he was also involved in photography and music.
Many are the connections between his life and the book The Bridges of Madison County. The novel was in fact presented as inspired by a true story, but it is actually the result of the author’s imagination, combined with many autobiographical elements.
The book tells of an extra-conjugal love story between a married woman with two children, Francesca, and a photographer who works for the National Geographic, Robert.
Francesca, as her name suggests, is an Italian woman, born in Bari, who moved to America when she was young to follow her husband. Left alone for a few days in her farm in Madison, she runs into the photographer by chance, who has come to the county to photograph the covered bridges. Robert asks her for directions, she offers to go with him and between the two begins a friendly conversation that slowly turns into something more intimate, until it becomes an overwhelming and passionate love story.
It is certainly not a coincidence that the author has written about a photographer of the same name, let alone a story set in a ranch. In fact, Robert owned a ranch, named Firelight, where he lived with his wife and daughter. In the 1990s he hired a woman named Linda Bow to do some embellishment work to the ranch, and in 1997 he revealed to his wife that he had fallen in love with her.
The novel opens with an introduction in which the author recounts how Francesca’s children, Michael and Carolyn, approached him about the incredible love story their mother experienced in Madison County. The two children, who learned of the story only after the death of both parents, bring with them some diaries left to them by their mother, written by Francesca to finally tell her children about her great love.
This is a well-constructed literary strategy, whereby the reader is persuaded from the very beginning to the end of the authenticity of what he is reading.
The same can be stated about the movie, as the film adaptation is surprisingly faithful to the novel. The only exception must be made for the way the story is told: in the book the point of view is external, while in the film the story is told from the words written in Francesca’s diaries.
Excluding the narrator, the book and the film go hand in hand, although the film strangely has a slower and more cadenced pace, in which the director (as well as co-starring actor) pays extreme attention to particulars and details sometimes not present in the book. The filming continues between poignant glances and deep speeches, enriched by literary references to English poets, such as quotations from Yeats, that stud the dialogues and thoughts, reported in the film exactly as in the book. What is impressive about the film adaptation is the care taken not to “distort” the content of the original text. There are no cuts, no changes that could upset those who were readers before being viewers; the atmosphere that was created, the musicality of the words carefully chosen by the author and all those details that make a difference in reading, are brought to the screen exactly as they were conceived.
The novel The Bridges of Madison County has something delicate about it; while reading it, one has the feeling that the words are playing the chords of his soul.
Despite being an international best seller that sold 50 million copies, it doesn’t play a significant role as it should in the contemporary literary landscape. We’re not just talking about a well-written book, nor are we talking about a simple romance novel for romantics. It deals with life and the hard choices we are often forced to make; it tackles issues such as family, social conventions, affections, and the life experiences that shape and mold us day after day.
Not only that. It talks about hierarchies, authority, the last cowboys, music, literature, broken dreams and aspirations, and also about the role of women, marriages, eroticism, sacrifices and photography.

You cannot grasp all that is hidden in this book and, consequently, in this film, if you do not follow it carefully and if you do not weigh the words whispered and yearned for by Meryl Streep and Clint Eastwood on the screen.
At a first glance, at a superficial look, all the poetry and intimacy found in this story would get lost. It is quite easy to abandon oneself to prejudices, to the thought that what we have in front of us is nothing more than the umpteenth love story. Yet there is much more.
Personally, I have chosen to analyse this work because of a sentimental bond with it – a bond which was initially not mine, but rather that of my mother, who over the years has never missed a showing of the film on television, only to be torn each time by a love story that she already knew like the back of her hand.
Like others, I was carried away by prejudicial thoughts, until one day I decided to read the book and watch the movie over and over again, until I came to appreciate every word, glance and feeling in it.
Once I understood the nature of this work, I had no choice but to choose it, in the hope that it could be understood by those who, like me, can get caught up in prejudices, while still leaving a glimmer, a small door open to change their minds. 
After having the courage to get involved and re-evaluate their opinion, one can find so much beauty in this story, along with many ideas for reflecting and letting go of thoughts and dormant feelings.
What I appreciated the most are the conversations between the two lovers, whose characters are extremely realistic, detailed, well-constructed, and the transport they have in descending into the depths of their souls, as they deal with sometimes uncomfortable themes and decisions, succeeding each other in numerous literary references.
Robert James Waller has done an excellent job in conceiving and writing this novel, because what results is a sincere, profound, poetic story, lived as much by the characters as by the readers, who get so carried away that they believe that what they have in front of them can only be true and really happened.

Tre giorni nelle Langhe

In un’area vasta come quella delle Langhe, se si ha poco tempo a disposizione bisogna valutare innanzitutto quale parte si voglia visitare: se l’area del Monferrato, dell’Astigiano o se l’area che ruota intorno ad Alba.
Io personalmente ho scelto di visitare la parte delle Langhe che secondo me offriva più luoghi e cantine, ovvero la zona di Alba.

Se anche voi deciderete di visitare quest’area geografica per perdervi tra i vigneti tra un bicchiere di vino e l’altro, ecco l’itinerario che state cercando!

Alba è stata riconosciuta dall’UNESCO come città creativa per la Gastronomia; se sceglierete di visitarla rimarrete sorpresi nello scoprire che in questa città persino l’aria odora di…cioccolata! A pochi passi dalla città ha infatti sede la fabbrica della Ferrero, famosa per la sua nutella e per prodotti dolciari a base di nocciole e cacao.
Nonostante la sua importanza, non mi sento di inserirla in questo itinerario di viaggio di 3 giorni; tuttavia, nessuno dice che non possiate farci una passeggiata, data la sua posizione strategica e le dimensioni ridotte del suo centro storico.

Alba, Duomo

Giorno 1

  • La Morra:
    La Morra è un piccolo borgo che merita una visita per la sua terrazza panoramica.
    Giunti nel paese, vi basterà percorrere una breve salita per raggiungere la piazza del paese, da cui potrete godere di una vista mozzafiato sui vigneti circostanti.
  • Barolo:
    Famoso per il tipo di vino omonimo, Barolo è un borgo molto grazioso, piccolino ma molto curato.
    Se volete provare un’esperienza diversa dal solito, nel Castello di Barolo è possibile visitare il Museo del Vino – un museo decisamente diverso da ciò che ci si aspetterebbe leggendo questo nome.
    La visita procede infatti tra installazioni audio-visive creative e multimediali. Lo scopo del museo è raccontare la storia del vino, ma soprattutto ciò che rappresenta.
    Non nascondo che sia una mostra molto particolare e che lascia un po’ spiazzati se non si è preparati!
    Se siete a Barolo per ora di pranzo, consiglio senza indugio il ristorante winebar Barolo Friends. Lasciatevi sorprendere dai loro piatti, dai loro cicchetti e dai ravioli del plin, semplicemente meravigliosi!
  • Grinzane Cavour:
    Grinzane Cavour è un piccolo borgo-castello che vale assolutamente la pena visitare.
    Camillo Benso Conte di Cavour soggiornò in questo castello circondato dalle viti e dal verde circostante.
    Sotto al castello è possibile visitare la Cantina del Conte per degustarne i vini. Si tratta di una cantina storica a gestione familiare, caratterizzata senza dubbio dalla gentilezza e dalla simpatia dei proprietari, nonché dalla bontà dei vini e dei prodotti locali.
Video della giornata

Giorno 2

Calosso :
Questa giornata è dedicata alle cantine della zona: la scelta è infinita, ma vorrei consigliarvi in modo spassionato di visitare la Cantina Scagliola Sansi, un’eccellenza del territorio a gestione familiare, che vi offrirà l’opportunità di degustare un’ampia selezione di vini rossi e bianchi in una bellissima struttura, circondata dal verde dei vigneti ed accompagnata dalla cordialità, simpatia e passione dei proprietari.
Se siete amanti dei rossi amerete i loro Frem ed Azord e se amate i bianchi vi lascerete sicuramente affascinare dal loro Bisbiglio e dallo Chardonnay Barricato.
Immancabili poi il loro Moscato d’Asti (Primo Bacio) ed il loro Brachetto.

Canelli:
Canelli è famosa per le sue così dette cattedrali sotterranee, vale a dire delle cantine sotterranee in tufo, riconosciute come patrimonio UNESCO.
Le due cantine più riconosciute di Canelli sono le Cantine Bosca (presenti nel video) e le Cantine Storiche Contratto.
Personalmente ho scelto le Cantine Bosca perché a livello estetico sembravano molto simili alle Cantine Storiche e la visita con degustazione ad un prezzo più abbordabile (6 euro anziché 25) mi ha fatta propendere verso questa scelta.
Con il senno di poi, suppongo che le Cantine Storiche mi avrebbero soddisfatta di più, in quanto le Cantine Bosca sono risultate molto “artificiose” e commerciali rispetto a ciò che mi aspettavo.
Se tra una cantina e l’altra volete godervi una ripida passeggiata panoramica, a Canelli è possibile percorrere la Via degli innamorati.

Video della giornata

Giorno 3

Questa giornata è invece all’insegna della cultura: si va ad Asti!
Asti, a differenza di Alba, dà più l’idea di una città. Anzi, è proprio una città…e in quanto tale vi farà camminare un po’.
Ad Asti c’è molto da vedere ed il suo centro storico è molto curato e caratteristico.
Per quanto riguarda i monumenti, visitarli singolarmente vi costerà molto di più rispetto all’acquistare il biglietto cumulativo dal costo di 10€ presso Palazzo Mazzetti.
I monumenti da visitare sono: il battistero di San Pietro, la Collegiata San Secondo, Palazzo Mazzetti, la Torre Rossa e la Cattedrale. Compresi nel biglietto potrete visitare anche la Cripta di Sant’Anastasio, la casa di Vittorio Alfieri e la Torre Troyana.
Se cercate un posto tranquillo dove mangiare un piatto di pasta o un po’ di verdure (scoprirete che nelle Langhe è molto raro trovarle) vi consiglio Cit Ma Bon, un piccolo pastificio perfetto per un pranzo veloce ed informale.

Video della giornata

Se tra una tappa e l’altra doveste aver tempo o voglia di fare qualcos’altro, potete sempre andare a caccia delle famose panchine giganti cosparse tra i vigneti delle Langhe e della famosa altalena gigante!
Vi basterà digitare su Google panchine giganti et voilà, il gioco è fatto!

Persi tra i vigneti: le Langhe

Chi è appassionato di vino o ne è quantomeno conoscitore, avrà sentito sicuramente parlare di vini come il Barolo, il Barbaresco, il Moscato d’Asti, il Barbera, l’Arneis, il Viognier o il Dolcetto d’Alba: ebbene, tutti questi vini nascono in un’area del Piemonte, denominata “Langhe”.

Essendo appassionata di enogastronomia, sono stata incuriosita da quest’area, che oltre ai tanto numerosi quanto prestigiosi vini, offre paesaggi meravigliosi degni del riconoscimento UNESCO.

Tra una tappa e l’altra del nostro viaggio infatti sarà impossibile non rimanere estasiati dai paesaggi che ci circondano: ettari infiniti di colline e vallate completamente ricoperti di vigneti.

Ho deciso di creare due itinerari differenti, uno per chi ha più giorni a disposizione ed uno per chi preferisce trascorrere un weekend all’insegna del vino e dei paesaggi vinicoli.

Visitare le Langhe in 3 giorni

• Visitare le Langhe in 5 giorni

Se siete curiosi di scoprire altre mete o itinerari, non esitate ad iscrivervi al blog e a seguire il mio account instagram: https://instagram.com/___thewanderer___?utm_medium=copy_link

I ponti di Madison County

I ponti di Madison County (The bridges of Madison County) è un romanzo di Robert James Waller, pubblicato nel 1992. Dal libro, divenuto un best seller, è stato tratto un film omonimo nel 1995, diretto da Clint Eastwood.
L’autore, nato a Charles City il 1° agosto 1939 e deceduto a Fredericksburg il 10 marzo del 2017, è stato non solo uno scrittore statunitense ma anche un docente e rettore universitario; si occupava inoltre di fotografia e di musica.
Tra la sua vita e il libro I ponti di Madison County ci sono non pochi legami. Il romanzo venne difatti presentato come ispirato ad una storia vera, ma è in realtà frutto della fantasia dell’autore, unita a molti elementi autobiografici.
Il libro racconta infatti di una storia d’amore extra coniugale tra una donna sposata con due figli, Francesca, e un fotografo che lavora per il National Geographic, Robert.
Francesca, come suggerisce il nome, è una donna italiana, nata a Bari, trasferitasi in America da giovane per seguire il marito. Rimasta sola per qualche giorno nella sua fattoria a Madison, si imbatte per caso nel fotografo, giunto nella Contea per fotografare i ponti coperti. Robert le chiede indicazioni, lei si offre per accompagnarlo e tra i due inizia una conversazione amichevole che si trasforma pian piano in un qualcosa di più intimo, fino a diventare una storia d’amore travolgente e passionale.
Non è di certo un caso che l’autore abbia scritto di un fotografo a lui omonimo, né tanto meno di una storia ambientata in una fattoria. Robert possedeva infatti un ranch, rinominato Firelight, in cui viveva con la moglie e con la figlia. Negli anni 90 aveva assunto una donna di nome Linda Bow, per dei lavori di abbellimento al ranch, e nel 1997 rivelò alla moglie di essersi innamorato di lei.
Il romanzo si apre con un’introduzione in cui l’autore racconta di come i figli di Francesca, Michael e Carolyn, si siano rivolti a lui per raccontare l’incredibile storia d’amore vissuta dalla madre nella Madison County. I due figli, venuti a conoscenza della storia solo dopo la morte di entrambi i genitori, portano con loro dei diari lasciati loro dalla madre, scritti da Francesca per raccontare finalmente ai figli del suo grande amore.
Trattasi di uno stratagemma letterario ben costruito, per cui il lettore è persuaso dall’inizio alla fine dell’autenticità di ciò che sta leggendo.
Lo stesso si può dire del film, in quanto l’adattamento cinematografico è sorprendentemente fedele al romanzo. L’unica eccezione va fatta per il modo in cui viene narrato il racconto: nel libro il punto di vista è esterno, mentre nel film la storia viene raccontata dalle parole scritte nei diari di Francesca.
Escluso il narratore, il libro ed il film vanno di pari passo, sebbene il film abbia stranamente un ritmo più lento e cadenzato, in cui il regista (nonché attore coprotagonista) dedica estrema attenzione a particolari e dettagli talvolta non presenti nel libro. Il girato prosegue tra sguardi struggenti e discorsi profondi, arricchiti da riferimenti letterari a poeti inglesi, come le citazioni di Yeats che costellano i dialoghi ed i pensieri, riportati nel film esattamente come nel libro. Ciò che colpisce dell’adattamento cinematografico è proprio l’attenzione nel non “snaturare” il contenuto del testo originale. Non ci sono tagli, né modifiche che potrebbero turbare chi è stato un lettore ancor prima di essere uno spettatore; l’atmosfera che è stata creata, la musicalità delle parole accuratamente scelte dall’autore e tutti quei dettagli che nella lettura fanno la differenza, vengono riportati sullo schermo esattamente come sono stati concepiti.
Il romanzo I ponti di Madison County ha un che di delicato; mentre lo si legge si ha la sensazione che le parole suonino le corde della nostra anima.
Nonostante sia un best seller internazionale, non riveste un ruolo tanto importante quanto dovrebbe nel paesaggio letterario contemporaneo. Non si parla solo di un libro ben scritto, né tantomeno di un semplice romanzo rosa per romanticoni. I ponti di Madison County affronta la vita e le dure scelte che spesso siamo costretti a prendere; affronta tematiche come quella della famiglia, delle convenzioni sociali, degli affetti, delle esperienze di vita che ci formano e ci plasmano giorno dopo giorno.

Non solo. Parla di gerarchie, di autorità, degli ultimi cowboy, di musica, di letteratura, di sogni ed aspirazioni infrante, e ancora del ruolo delle donne, dei matrimoni, di erotismo, di sacrifici e di fotografia.
Non si riesce a cogliere tutto ciò che si cela in questo libro e, di conseguenza in questo film, se non lo si segue con attenzione e se non si soppesano le parole sussurrate ed anelate da Meryl Streep e Clint Eastwood sullo schermo. Ad una prima occhiata, ad uno sguardo superficiale, sfuggirebbe tutta la poesia e l’intimità che si trovano in questa storia. È alquanto facile abbandonarsi ai pregiudizi, al pensiero che ciò che si ha davanti non sia null’altro che l’ennesima storiella d’amore. Eppure c’è molto di più.
Personalmente ho scelto di analizzare quest’opera per un legame sentimentale con la stessa – un legame inizialmente non mio, bensì di mia madre, che nel corso degli anni non si è mai persa una replica del film in televisione, per poi struggersi ogni volta per una storia d’amore che già conosceva come le sue tasche.
Così come altri anch’io mi lasciavo trasportare da pensieri pregiudizievoli, finché un giorno non ho deciso di leggere il libro e riguardare il film più volte, fino ad arrivare ad apprezzarne ogni parola, sguardo ed emozione presente.
Una volta compresa la natura di quest’opera non ho potuto far altro che sceglierla, con la speranza che possa così essere capita da chi come me può farsi prendere dai pregiudizi, lasciando però pur sempre uno spiraglio, una piccola porta aperta a cambiare idea.  
Dopo aver avuto il coraggio di mettersi in gioco e di rivalutare la propria opinione, si può trovare tanta bellezza in questo racconto, insieme a tanti spunti per riflettere e per lasciarsi andare a pensieri ed emozioni sopite.
Quello che più ho apprezzato sono proprio i discorsi tra i due amanti, i cui personaggi sono estremamente realistici, dettagliati, ben costruiti, ed il trasporto che hanno nello scendere negli abissi delle loro anime, mentre affrontano argomenti e decisioni talvolta scomodi, susseguendosi l’un l’altro in numerosi riferimenti letterari.
Robert James Waller ha fatto un lavoro egregio nel concepire e scrivere questo romanzo, perché ciò che ne risulta è una storia sincera, profonda, poetica, vissuta tanto dai personaggi tanto quanto dai lettori, che si lasciano trasportare a tal punto da credere che ciò che si ha davanti non possa essere altro che vero e realmente accaduto.


Il modello romano nel mondo

Roma caput mundi – Marco Anneo Lucano, Pharsalia, 61 D.C.

Nel 61 D.C. veniva scritta per la prima volta un’espressione che ancora oggi è l’unica in grado di esprimere l’importanza e la grandezza di Roma a livello globale: Roma caput mundi, ovvero Roma capitale del mondo.
L’impero romano viene studiato con grande fascino in tutto il mondo; ad interessare non è solo la sua incredibile storia, ma anche il suo lascito architettonico.
I monumenti romani sono così ammirati dal resto del mondo che in diversi continenti si è pensato di costruirne delle imitazioni, nonché di inseguire il sogno di creare una nuova Roma; in Russia ad esempio sono in molti ad aspirare al modello imperiale e a desiderare di costruirvi qualcosa di molto simile.
Non c’è da meravigliarsi dunque se nel mondo è stato dato il nome Roma a ben 26 città, 13 delle quali sono negli Stati Uniti!
Il fatto che gli americani amino Roma non è certo un segreto, ma se per caso vi fosse sfuggito questo particolare, vi basti pensare alla capitale degli Stati Uniti: Washington DC. La città è talmente ricca di riferimenti alla capitale italiana, da essersi aggiudicata il nome di “Nuova Roma”.
I padri fondatori infatti, durante la costruzione della città, si ispirarono proprio al modello dell’Antica Roma Repubblicana e realizzarono i principali monumenti della città ispirandosi ai monumenti romani.
Non ci credete? Vediamoli insieme!


La cupola del Campidoglio (Washington) e la cupola di San Pietro (Roma)
L’obelisco del National Mall e l’Obelisco Vaticano di Piazza San Pietro
Il Jefferson Memorial e il Pantheon
La Union Station di Washington e l’Arco di Costantino

I riferimenti a Roma sembrano già essere abbastanza, ma la verità è che non finiscono qui. Non solo è possibile trovare similitudini architettoniche nei monumenti principali, anche edifici secondari riprendono elementi classici, come gli imponenti colonnati e le costruzioni ad arco, tipiche dell’architettura romana.

Corte Suprema degli USA, Washington

Nei continenti del globo sono tanti gli architetti che si sono ispirati all’architettura romana, ma vedendo i tanti riferimenti e le imitazioni presenti nella capitale americana non si può più parlare solo di ispirazione.
La domanda sorge spontanea: che i padri fondatori si siano ispirati a Roma nella speranza di fondare una capitale grande e invincibile come quella dell’impero romano?

Rome and Washington in English

Sicurezza sul lavoro: le tutele ci sono, ma bisogna fare di più

Con “sicurezza sul lavoro” si definisce un insieme di condizioni ideali di salute e sicurezza dei lavoratori sui luoghi di lavoro, raggiungibili attraverso l’adozione di apposite misure preventive e protettive, riducendo o eliminando gli infortuni e le malattie professionali.

Nel 1899 appare per la prima volta in Italia il concetto di sicurezza sul lavoro con il Regio Decreto n. 230, atto a prevenire gli infortuni sul luogo lavorativo, ma è solo nel 1942 che viene redatto l’articolo 2087 del Codice Civile.
Quest’ultimo articolo, insieme allo Statuto dei Lavoratori del 1970,costituisce la base giuridica su cui si fondano ancora oggi i diritti dei lavoratori.
Nonostante le tutele legali, il diritto alla sicurezza sul lavoro non sempre è rispettato dagli imprenditori, che vedono i controlli e le misure preventive come una spesa in più da sostenere, anziché come un dovere da rispettare.
Il problema fondamentale è sempre lo stesso: gli interessi economici delle aziende, che prevalgono sulla salute e sul benessere dei loro dipendenti.
Ecco allora che, negli anni, il peso del denaro continua a schiacciare le vite di molti: ben 5035 dal 2015 al 2019 solo in Italia.

Banca dati INAIL, INCIDENTI MORTALI SUL LAVORO

I dati parlano chiaro: la sicurezza sul lavoro ad oggi non è ancora abbastanza tutelata e le morti sul luogo di lavoro e sul tragitto per recarvisi sono, come ha dichiarato Mattarella nel suo messaggio nella Giornata Nazionale per le Vittime degli Incidenti sul Lavoro, “Una ferita sociale che lacera il Paese.
Appare evidente che le tutele legali non sono sufficienti a fermare l’avanzamento dei bollettini sulle morti bianche e che è necessario fare di più: non solo gli imprenditori devono effettuare i controlli richiesti e dotare i dipendenti degli appositi mezzi di protezione, ma devono istruire i lavoratori sulle attività che andranno a svolgere, sui rischi che corrono e sulle misure da adottare per evitare i pericoli che potrebbero presentarsi.

A cura di Camilla Imperia

Gustare Amsterdam: cosa mangiare e dove farlo

Una volta giunti ad Amsterdam, vi renderete conto che seguire una dieta non sarà sicuramente possibile. Passeggiando per le vie principali, troverete migliaia di ristoranti di ogni genere, incastonati l’uno accanto all’altro: steak house, kebab, cucine orientali, tex mex, chi più ne ha più ne metta. Ma se da bravi turisti volete allontanarvi dal “commerciale” ed immergervi nel cibo locale, ecco a voi qualche pietanza tipica da assaggiare!

I Dolci

Pancake banana e nutella, da Pancake House Mondial

I pancake olandesi (Pannenkoaken): a colazione, merenda, o a qualsiasi ora del giorno, i pancake olandesi vanno assolutamente assaggiati. Ne resterete entusiasti, io me ne sono così innamorata che tornata in Italia ne ho sentito la mancanza. I pancake olandesi non sono come quelli che si possono trovare in giro, sono infatti più grandi dei pancake americani e più spessi, una sorta di crêpes gigante dal sapore inimitabile. Inoltre, se non siete amanti del dolce, ci sono anche molti pancake salati, con cui fare un brunch o un pranzo sfizioso e diverso dal solito. Vi consiglio senza indugio Pancake House Mondial, Dignita e ‘T Singeltje Pancakes. Da leccarsi i baffi!

Un altro dolce tipico che vi farà morire sono le Oliebollen, delle palline fritte tipiche di Natale. Se visitate Amsterdam nel periodo invernale, soprattutto in centro troverete molti street food che le vendono. È possibile mangiarle sia semplici con lo zucchero a velo o ripiene di nutella. Deliziosamente caloriche!

Poffertjes all’ Albert Cuyp Market

Altri due dolci tipici che potete trovare tra gli street food sono gli Stroopwafel (cialde calde ripiene di caramello o di nutella) e i Poffertjes (dei piccoli pancake serviti o con burro e zucchero a velo o nutella). Personalmente, ho preferito di gran lunga i Poffertjes: sono la cosa più morbida che io abbia mai mangiato. Essendo piccolini, uno tira l’altro e sono davvero sfiziosi. Potete trovare entrambi all’Albert Cuyp Market, un fantastico mercato in cui verrete sommersi da street food tipici. È aperto dal lunedì al sabato, dalle 9 alle 17.

Il Salato

Passando al salato, tipiche e deliziose sono le Bitterballen. Delle polpettine di carne, (esistono anche vegetariane) croccanti ed ottime per accompagnare un aperitivo o come antipasto. Vi consiglio un pub che si trova un po’ fuori, ma da Piazza Dam e dalle zone centrali può essere raggiunto con il tram 2 in 10/15 minuti. Mi è piaciuto così tanto da tornarci due volte! Si tratta del Lokaal van de Stad.
Anche al De Food Hallen potete trovare uno stand solo di Bitterballen, dove potete assaggiarne diversi tipi.

Un altro prodotto tipico olandese è il formaggio: se siete amanti il Cheese Museum è assolutamente imperdibile. Comodamente locato vicino alla Casa di Anna Frank, questo negozio permette a tutti i visitatori di assaggiare qualsiasi tipo di formaggio, tutti esposti e pronti per essere gustati. Quello più venduto in tutto il paese e a mio parere più buono è il Gouda classico, dal gusto molto simile al parmigiano, ma più cremoso e meno asciutto al palato. Ottimo anche come souvenir!

Erwtensoep, The Pantry

Se avete voglia di scaldarvi, provate le zuppe. Quella di Piselli con pancetta (Erwtensoep) è la più tipica di Amsterdam. Io l’ho mangiata in un ristorantino carinissimo che consiglio in tutto e per tutto: se ci andate di inverno poi, verrete avvolti (e accolti) da un’atmosfera natalizia. Il locale infatti viene addobbato in maniera impeccabile ed il tutto è accompagnato da musiche natalizie non troppo invadenti.
Si tratta del The Pantry!

Sempre in questo locale potete provare lo Stammpot, un altro piatto tipico olandese. Si tratta di salsiccia stufata accompagnata da verdure. Gnummy!

Amsterdam comunque offre molte opzioni. Se avete voglia di provare qualcosa di diverso, il De Food Hallen è un posto particolare (e un po’ affollato) dove provare svariati tipi di cucina. Si tratta infatti di un complesso in cui sono riuniti molti stand, in cui si può trovare un po’ di tutto: dalle aringhe e le bitterballen ad hamburger e piatti orientali. Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le voglie!

Immancabile e sempre presente è FEBO, un magico luogo in cui, a qualsiasi ora, inserendo due euro puoi avere del cibo caldo appena sfornato: panini, crocchette, pollo fritto. Cose sicuramente poco sane e poco leggere, ma una salvezza per gli attacchi di fame improvvisi!

Di poco dietetico Amsterdam offre anche le famose Patatine olandesi, che possono essere trovate un po’ ovunque. Uno sfizio da non perdere!

Se avete voglia di provare qualcosa di più esotico, ad Amsterdam troverete tantissimi ristoranti indonesiani, in quanto l’Indonesia è stata a lungo una colonia olandese. Non meravigliatevi dunque e non sentitevi in colpa se avete voglia di assaggiare un po’ di cucina indonesiana!

Un altro prodotto tipico è la liquirizia olandese (Drop), più salata rispetto a quella classica, ma anche abbastanza appiccicosa devo dire! Gustosa per chi ama le liquirizie e le cose che si attaccano ai denti.

Un posto molto carino per fare colazione o pranzo è il Saloon, un piccolo locale gestito da dei ragazzi giovani e molto gentili. Il servizio non è molto veloce, ma se non avete fretta e una fame da lupi, potete tranquillamente mangiare qui. Inoltre, si trova vicino al Bulldog Palace, quindi in una posizione abbastanza centrale!

Passeggiando per Amsterdam vi accorgerete che trovare dei ristoranti tipici non è così semplice come sembra; oltre ai due citati prima, vi consiglio spassionatamente , un delizioso ristorante dove potrete gustare piatti tipici a prezzi molto convenienti! Propone anche dei menù completi per far provare un po’ di cucina olandese. È tutto molto buono ed è un locale molto carino, inoltre si trova vicino al Quartiere a luci rosse e al Greenhouse, quindi facilmente raggiungibile e in una zona di interesse. Il Café ‘t Gasthuys.

Con queste dritte siete pronti per gustarvi Amsterdam, quindi Buon appetito! (o Goede Eetlust, come direbbero loro!)

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